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Cos'è la Paralisi del Nervo Radiale
II nervo radiale è il nervo adibito all’estensione del gomito, all’estensione del polso e delle dita. La sua azione è fondamentale per la funzione di presa di oggetti: senza la capacità di apertura delle dita ed estensione di polso, la presa di oggetti diventa molto difficoltosa. L’estensione è infatti propedeutica alla flessione.
A seconda del livello di lesione, la paralisi si manifesta clinicamente in modo diverso.

Approfondimento di anatomia
Il nervo radiale deriva dalla continuazione della corda posteriore del plesso brachiale (C5-T1), subito dopo l’emergenza del nervo ascellare ed è il nervo che più di tutti riceva contribuiti dalle varie radici nervose…
Perché si verifica?
La lesione del nervo radiale può essere:
- Acuta: ad esempio dopo fratture della spalla, dell’omero o dell’avambraccio, oppure ferite penetranti che recidono il nervo radiale.
- Cronica o progressiva: come nel caso di compressioni da parte di formazioni cistiche, tumori o lungo punti anatomici stretti di passaggio del nervo.
Una compressione tipica si verifica all’altezza dell’arcata di Frohse dove il nervo radiale passa sotto al muscolo supinatore dell’avambraccio. In pazienti predisposti, questa sede può determinare una compressione cronica.
Altra causa comune è la paralisi del sabato sera, una paralisi temporanea dovuta a una compressione prolungata del nervo a livello del braccio. Ad esempio appoggiando il braccio su uno schienale, sul corpo di un’altra persona o sotto il proprio torace durante uno stato di intossicazione.
Tipiche sono le fratture dell’omero: il nervo radiale passa a stretto contatto con l’osso omerale il quale, rompendosi, determina una lesione del nervo stesso. Talvolta, sfortunatamente, è l’intervento chirurgico ortopedico che determina la lesione del nervo.
Sintomi
I sintomi variano in base alla sede, gravità e durata della lesione e includono:
- Disturbi motori: debolezza o paralisi dei muscoli estensori. Nella paralisi completa si osserva la classica “mano cadente” (wrist drop), cioè l’impossibilità ad estendere il polso e le dita.
- Disturbi sensitivi: perdita della sensibilità sul dorso della mano e delle prime tre dita (pollice, indice, medio), con ovattamento presente soprattutto a livello del pollice.
- Lesioni alte (es. a livello dell’ascella) possono coinvolgere anche il tricipite, con conseguente difficoltà nell’estensione del gomito.
Esame clinico
Una valutazione clinica accurata da parte di uno specialista consente di stabilire con precisione la sede e la gravità della lesione.
L’esame include:
- Valutazione della forza muscolare dei gruppi innervati dal nervo radiale.
- Controllo della sensibilità nella zona cutanea di competenza del nervo.
- Follow-up clinico nel tempo per monitorare i segni di recupero e la necessità di intervento chirurgico
Di fronte alla paralisi di un nervo periferico, un attento ed esperto esame clinico sarà in grado di fare una diagnosi precisa per sede e gravità, spesso meglio di un esame strumentale.
Approfondimento di ESAME CLINICO
Indagini strumentali
Una accurata raccolta anamnestica ed un accurato esame obiettivo il più delle volte sono sufficienti sia per fare diagnosi che per stabilire la sede di compressione o lesione del nervo.
Oltre all’anamnesi e all’esame obiettivo, gli accertamenti utili includono:
- Elettromiografia (EMG): per confermare la diagnosi e valutare il grado di compromissione.
- Radiografie (RX), Risonanza magnetica (RM o RMN): utili per individuare eventuali fratture, masse compressive o anomalie anatomiche.
- Ecografia: forse il miglior esame per esaminare l’anatomia del nervo e sue eventuali alterazioni.
Trattamento non chirurgico
È indicato nei casi di lesione reversibile (stupor o neuroprassia), come nelle paralisi transitorie da compressione o dopo alcune fratture dell’omero non trattate chirurgicamente.
Nei casi in cui il nervo è lesionato e presenta una interruzione della sua continuità anatomica, è necessario l’intervento chirurgico.
- Il trattamento prevede monitoraggio clinico, fisioterapia, e l’uso di tutori;
- Il nervo cresce a una velocità di circa 1 mm al giorno, quindi il recupero può iniziare dopo 2–3 mesi;
- Il recupero dipende dalla sede, gravità e dal meccanismo di lesione (uno stiramento del nervo recupera più lentamente rispetto ad una compressione).
Trattamento chirurgico
Indicato nei casi in cui non si prevede un recupero spontaneo, come nelle lesioni da strappo, da taglio o compressioni croniche gravi. In questi casi l’intervento dovrebbe essere eseguito il prima possibile, in caso di nervo lesionato e interrotto.
Nei casi in cui il nervo mantiene la sua continuità anatomica, ma non funziona, è necessario aspettare alcuni mesi prima di intervenire.
Alcune opzioni chirurgiche sono rappresentate da interventi di:
- Neurolisi: in caso di sindromi compressive (sindromi canalicolari) il nervo radiale può essere liberato dalla sede di compressione anatomica o da un eventuale tumore che lo disturba.
- Sutura diretta: lesioni acute da ferita possono essere trattate, quando possibile, con una sutura diretta che rappresenta il modo migliore per una riparazione del nervo ai fini prognostici di un buon recupero. Non sempre però è possibile eseguirla.
- Innesti nervosi: rappresentano una valida opzione chirurgica nei casi in cui il nervo presenta un piccolo gap che non può essere trattato con una sutura diretta.
- Trasferimenti tendinei: rappresentano un metodo di trattamento molto valido in quanto permettono un rapido recupero delle funzioni motorie perdute con rapido ritorno alla normale attività manuale senza dover ricostruire il nervo. Con queste tecniche alcuni tendini sani vengono trasferiti verso tendini paralizzati per permettere l’apertura della mano, del pollice e l’estensione del polso.
- Trasferimenti nervosi: rappresentano l’ultima innovazione tecnica della chirurgia nervosa. Alcuni piccoli nervi vengono prelevati dal nervo mediano per ripristinare la corrente elettrica nel nervo radiale. La tecnica microchirurgica non è semplice ma ad oggi presenta i migliori risultati clinici, prima impensabili.
Il recupero biologico del nervo radiale dopo una sua riparazione con sutura diretta o con innesti può avere talvolta un risultato incerto, molte sono le variabili ai fini prognostici. Sarà importante discutere con il proprio chirurgo specialista le varie opzioni chirurgiche, caso per caso. Ad oggi i trasferimenti nervosi rappresentano il miglior risultato funzionale.


Percorso riabilitativo
Nei casi di lesione transitoria, la fisioterapia è essenziale per mantenere la mobilità articolare di dita e polso, prevenendo rigidità.
L’uso di un tutore statico consente una funzione temporanea durante il recupero.
Domande frequenti (FAQ)
Cosa succede quando il nervo radiale è lesionato?
Si verifica una paralisi che causa impossibilità a sollevare il polso (“polso cadente”), difficoltà a estendere le dita e debolezza della mano.
È una condizione grave?
Può essere molto limitante, ma spesso recuperabile, soprattutto se trattata correttamente.
Il nervo radiale può guarire da solo?
Dipende dal tipo di lesione: le lesioni da compressione spesso recuperano spontaneamente, mentre quelle gravi o da taglio possono richiedere chirurgia. È importante un corretto inquadramento specialistico per evitare ritardi inutili nel trattamento.
Quando è necessario operare?
Quando il nervo non ha possibilità di recupero spontaneo, quando è interrotto o tagliato, quando è continuo ma lesionato al suo interno in modo irreversibile o quando il recupero è incompleto.
In cosa consiste l'intervento chirurgico?
Le principali opzioni sono la riparazione del nervo, l’innesto nervoso, i trasferimenti nervosi e i trasferimenti tendinei.
Cosa sono i trasferimenti tendinei?
Sono interventi in cui tendini funzionanti vengono “riutilizzati” per sostituire la funzione persa, permettendo di sollevare il polso e di estendere le dita.
Quando si usano i trasferimenti tendinei?
Quando il nervo non recupera o quando il recupero è troppo lento o incompleto.
I risultati sono buoni?
Sì, soprattutto con i trasferimenti tendinei si ottengono movimenti utili, un buon recupero funzionale e un miglioramento dell’autonomia.
Quanto tempo serve per recuperare?
I trasferimenti tendinei hanno risultati più rapidi.
Serve fisioterapia?
Nel caso di trasferimenti tendinei è fondamentale per recuperare il movimento e allenare i nuovi schemi motori. Nel caso di trasferimenti nervosi è meno necessaria.
È una patologia frequente?
Non è tra le più comuni, ma è ben conosciuta e trattata nei centri specializzati.
A chi rivolgersi?
È importante rivolgersi a specialisti esperti in chirurgia dei nervi periferici e della mano, con esperienza delle più moderne tecniche ricostruttive. Tra i riferimenti: Marco Biondi, esperto nelle paralisi nervose e nella chirurgia funzionale dell’arto superiore.
È possibile migliorare anche dopo tempo?
Sì, anche a distanza di tempo si possono eseguire trasferimenti tendinei e interventi ricostruttivi per migliorare la funzione.
Cosa sono i trasferimenti nervosi?
I trasferimenti nervosi sono interventi chirurgici in cui un nervo funzionante viene collegato a un nervo danneggiato per ripristinare la funzione muscolare.
Quando si utilizzano nella paralisi del nervo radiale?
Si utilizzano quando il nervo radiale è gravemente danneggiato, quando non è possibile una riparazione diretta efficace o quando si vuole accelerare il recupero.
Qual è l'obiettivo dei trasferimenti nervosi?
L’obiettivo è permettere il recupero dell’estensione del polso, delle dita, l’estensione indipendente delle dita (in particolare del pollice) e la funzione della mano.
In cosa consiste l'intervento?
Il chirurgo identifica un nervo sano (donatore), lo collega a un nervo che controlla un muscolo paralizzato e consente al muscolo di essere “riattivato”.
Quali sono i vantaggi rispetto alla riparazione nervosa tradizionale?
I trasferimenti nervosi permettono un recupero qualitativamente migliore rispetto alle ricostruzioni nervose o ai trasferimenti tendinei, una minore distanza di rigenerazione del nervo e risultati spesso migliori nelle lesioni complesse.
I trasferimenti nervosi sono migliori dei trasferimenti tendinei?
Sì, i trasferimenti nervosi presentano risultati qualitativamente migliori. I trasferimenti tendinei possono essere utilizzati come via di fuga in caso di fallimento. Talvolta le due tecniche possono essere complementari e utilizzate insieme.
Quando è meglio fare un trasferimento nervoso?
Idealmente entro pochi mesi dalla lesione, circa tre-sei mesi. Prima si interviene, migliori sono le possibilità di recupero.
Serve riabilitazione dopo l'intervento?
Non è fondamentale ma è utile per “rieducare” il cervello ai nuovi collegamenti e ottenere un migliore risultato funzionale.
Il movimento torna naturale?
Sì, con il tempo il cervello impara a utilizzare il nuovo circuito nervoso e il movimento può diventare spontaneo.
Ci sono rischi?
Come ogni intervento, i risultati possono essere talvolta variabili, sebbene generalmente molto buoni, con possibilità di recupero non completo in caso di fallimento della sutura.
Tutti i pazienti possono fare trasferimenti nervosi?
Solo i pazienti entro dodici mesi dalla lesione.
È possibile associare trasferimenti nervosi e tendinei?
Sì, in alcuni casi le due tecniche possono essere combinate.
È una tecnica diffusa?
È una tecnica avanzata che richiede elevata esperienza e competenze specifiche in microchirurgia.
Meglio trasferimento nervoso o trasferimento tendineo?
Non esiste una scelta uguale per tutti: le due tecniche hanno obiettivi e indicazioni diverse, ma i trasferimenti nervosi presentano più vantaggi che svantaggi rispetto ai trasferimenti tendinei.
I trasferimenti nervosi consistono nel collegare un nervo funzionante a uno danneggiato per riattivare i muscoli paralizzati: garantiscono un recupero più naturale del movimento, la possibilità di riattivare i muscoli originali e una migliore coordinazione nel lungo termine, ma i risultati sono più lenti e la tecnica è efficace soprattutto se eseguita precocemente, risultando inefficace nei casi cronici oltre i diciotto mesi.
I trasferimenti tendinei consistono nello spostare tendini funzionanti per sostituire quelli paralizzati: offrono risultati più rapidi e una tecnica molto affidabile, indicata anche nei casi tardivi, ma il movimento è meno fisiologico, richiede un’intensa fisioterapia specialistica, un adattamento motorio e comporta un rischio di rigidità articolari.
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Arcata di Frohse
L’arcata di Frohse è una struttura anatomica situata nell’avambraccio, conosciuta anche come “arcata del supinatore” o “arcata tendinea del muscolo supinatore”. Si tratta di un’apertura fibrosa formata dal margine prossimale del muscolo supinatore breve, attraverso la quale passa il nervo interosseo posteriore, un importante ramo motore del nervo radiale.
Questa zona rappresenta un punto critico dal punto di vista clinico, poiché costituisce uno dei principali siti di possibile compressione del nervo interosseo posteriore. Quando il nervo viene intrappolato o compresso a questo livello, si manifesta una condizione patologica nota come sindrome del tunnel radiale, detta anche sindrome da compressione del nervo interosseo posteriore.
La sindrome del tunnel radiale è caratterizzata da una sintomatologia progressiva che include dolore profondo e sordo nella regione laterale del gomito e dell’avambraccio prossimale, che può irradiarsi verso il dorso della mano. I pazienti lamentano tipicamente intorpidimento, formicolio e una sensazione di debolezza muscolare che interessa principalmente i muscoli estensori dell’avambraccio e della mano. Questa condizione compromette la capacità di estendere il polso e le dita, causando difficoltà nell’esecuzione di movimenti quotidiani come afferrare oggetti, sollevare pesi o eseguire movimenti ripetitivi del polso.
Le cause della compressione nervosa a livello dell’arcata di Frohse possono essere molteplici e di natura diversa. Tra le più comuni si annoverano traumi diretti o lesioni da sovraccarico funzionale, la presenza di cisti gangliari o altre formazioni cistiche che occupano spazio nella regione anatomica, tumori benigni o maligni che esercitano pressione sul nervo, e processi di fibrosi o ispessimento del margine tendineo del muscolo supinatore breve. Anche movimenti ripetitivi di pronazione e supinazione dell’avambraccio, anomalie anatomiche congenite e infiammazioni croniche possono contribuire allo sviluppo di questa sindrome compressiva.












